a cura di Gianmarco Biagi, Presidente AICIM
L’Italia ha costruito la propria identità economica su un tessuto straordinario di piccole e medie imprese diffuse nei territori, spesso nate dalla visione, dal coraggio e dal sacrificio di famiglie imprenditoriali capaci di trasformare intuizioni individuali in valore collettivo. In queste imprese non si concentrano soltanto capitale e produzione: si concentrano cultura industriale, occupazione, competenze, relazioni di filiera e presidio sociale e storia del territorio. Le PMI, in Italia, non sono una componente secondaria del sistema economico, ne rappresentano la vera infrastruttura portante.
I numeri aiutano a comprendere la portata di questa affermazione. In Europa le PMI rappresentano circa il 99,8% delle imprese e continuano a costituire l’ossatura del sistema produttivo; in Italia il loro peso è storicamente ancora più centrale, anche in termini di occupazione e generazione di valore. Accanto a questo dato, un altro elemento è decisivo: secondo l’Osservatorio AUB, le aziende familiari continuano a rappresentare una quota dominante del capitalismo italiano, pari al 67,2% delle imprese osservate sopra i 20 milioni di euro di fatturato, con 15.836 aziende familiari su 23.578 analizzate, stiamo dunque parlando del cuore produttivo del Paese.
Ed è proprio per questo che il tema del passaggio generazionale non può più essere affrontato come una questione interna alla famiglia o limitata alla sfera proprietaria. Il ricambio alla guida delle imprese è oggi uno dei passaggi più delicati per la tenuta economica del Paese. Quando una PMI non riesce a gestire in modo ordinato e lungimirante la propria successione, il rischio non riguarda soltanto la continuità di un’attività economica: riguarda la dispersione di competenze, la perdita di posti di lavoro, l’indebolimento di filiere strategiche e, in molti casi, la cessione all’estero di eccellenze costruite in anni di lavoro.
La prima verità da affermare con chiarezza è che il passaggio generazionale non è più un problema del futuro, è una transizione già in corso. Il punto non è soltanto capire chi prenderà il posto dell’imprenditore, ma chiedersi se l’azienda sia davvero pronta a vivere oltre la persona che l’ha fondata o guidata fino ad oggi.
In altre parole: il tema non è la successione anagrafica, ma la continuità industriale.
Questo quadro assume una rilevanza ancora maggiore se si osserva l’evoluzione demografica dell’imprenditoria italiana. Unioncamere-InfoCamere ha rilevato che, a giugno 2025, i titolari di imprese individuali con almeno 70 anni erano 314.824, pari al 10,7% del totale, contro il 8,9% del 2015. In dieci anni gli imprenditori over 70 sono aumentati di 24.496 unità, mentre nello stesso periodo l’intero universo delle imprese individuali si è ridotto di oltre 300 mila unità. Questo significa che una parte crescente del sistema produttivo italiano sta entrando, contemporaneamente, nella fase più delicata del ricambio.
Per troppo tempo si è pensato che il ricambio potesse avvenire in modo quasi naturale, secondo una logica di continuità familiare automatica. Oggi la gestione di un’impresa richiede capacità finanziarie, organizzative, tecnologiche, internazionali e strategiche che non possono essere date per scontate. La continuità proprietaria non coincide automaticamente con la continuità manageriale, né il legame familiare garantisce, da solo, la capacità di affrontare mercati sempre più complessi.
La successione è un punto critico strutturale: solo una minoranza delle imprese riesce a superare con successo il passaggio tra generazioni, e la quota che arriva alla terza generazione resta storicamente molto bassa. Non è quindi una questione emotiva o simbolica: è un problema di selezione, preparazione, governance e struttura. Per questo motivo, il passaggio generazionale va affrontato in anticipo, con metodo e con realismo. Occorre riconoscere che ogni imprenditore ha una responsabilità che va oltre la propria storia personale: ha il dovere di mettere la propria impresa nelle condizioni di continuare a creare valore anche dopo di lui. Questa responsabilità riguarda i dipendenti, i collaboratori, i clienti, i fornitori e il territorio in cui l’impresa opera. Non è soltanto una scelta privata. È un atto di leadership.
AICIM ritiene che questo tema debba diventare una vera priorità del dibattito economico nazionale. Se non verranno creati strumenti adeguati di accompagnamento, incentivazione e protezione, molte realtà imprenditoriali rischieranno di trovarsi senza alternative credibili. E in quel vuoto, inevitabilmente, si aprirà lo spazio per acquisizioni estere dettate non da una strategia di crescita condivisa, ma dalla fragilità di imprese lasciate sole nel momento più delicato della loro storia.
La tutela del patrimonio imprenditoriale italiano non si realizza con atteggiamenti difensivi o nostalgici, si realizza costruendo condizioni reali di continuità con una nuova consapevolezza culturale, prima ancora che normativa. Serve che gli imprenditori comprendano che pianificare il passaggio generazionale non significa prepararsi a uscire di scena, ma garantire all’impresa la possibilità di restare viva, competitiva e indipendente.
Le istituzioni, da parte loro, devono riconoscere che siamo di fronte a una vera emergenza nazionale. Occorrono strumenti di supporto alla governance, percorsi di formazione per le nuove generazioni imprenditoriali, incentivi alla patrimonializzazione, sostegno alla managerializzazione e politiche che favoriscano la continuità delle imprese italiane. Non intervenire oggi significa esporsi, domani, a una perdita irreversibile di valore industriale. Anche perché il contesto macroeconomico non aiuta: l’OCSE ha stimato per l’Italia una crescita del PIL contenuta, pari allo 0,6% nel 2025 e allo 0,7% nel 2026, con un quadro internazionale più incerto per export, investimenti e competitività. In un contesto così, la fragilità dimensionale e la fragilità successoria tendono a sommarsi.
Il punto di partenza, dunque, è uno solo: Il passaggio generazionale non va più letto come un problema da rinviare, ma come una questione strategica da affrontare subito.
Conclusione:
Il primo passo è culturale: riconoscere che il passaggio generazionale delle PMI italiane non è una vicenda privata, ma una priorità economica nazionale. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile costruire soluzioni adeguate. Nel prossimo approfondimento ( numero 2) entreremo nel cuore della risposta industriale: capitale, aggregazioni e crescita dimensionale come strumenti concreti per garantire continuità e futuro alle imprese italiane.







