A cura di Mattia Muratori

Tutti noi ricordiamo il padre di Charlie Bucket ne “La fabbrica di cioccolato”: lui è un operaio di un’industria di dentifricio il quale, come tanti altri colleghi, viene licenziato per poter essere sostituito da un macchinario che svolge il suo lavoro con più efficacia e a minor costo. Alla fine della storia viene reimpiegato come manutentore per quello stesso macchinario e trova il suo lieto fine (ma i suoi colleghi rimangono disoccupati). Questa scena rappresenta il sogno di pochi e l’incubo di tanti!

Attualmente molti studi macroeconomici mostrano come le imprese versino in una situazione contradditoria: da una parte la mancanza evidente di personale che impedisce l’espansione (o addirittura in certi casi costringe l’impresa a sottodimensionarsi) e dall’altra, la denuncia della difficoltà nel trovare un lavoro da parte di molte categorie di inoccupati, con aumento dei famosi “NEET” (Not in Education, Employment or Training).

Probabilmente in passato o in aree geografiche caratterizzate da minor benessere di quella in cui noi viviamo, un cittadino inoccupato che cerca attivamente lavoro non rifiuterebbe un impiego seppure questo non corrispondesse pienamente con gli attributi ricercati. Qui ed oggi invece vi è una larga presenza di potenziali lavoratori che volontariamente decidono di non occuparsi, poiché evidentemente vi sono delle alternative che permettono di vivere o sopravvivere senza un lavoro.

La statistica evidenzia inoltre che i settori con minor appetibilità per i potenziali lavoratori sono quelli dell’industria manifatturiera, la ristorazione e il turismo, l’edilizia e l’artigianato, i trasporti, la sanità pubblica. Vari studi empirici e sondaggi mostrano che il minimo comune denominatore di questi settori è spesso rappresentato dal lavoro manuale e/o dagli orari di lavoro scomodi ai più.

Il Covid-19 sembra aver accelerato questo fenomeno già in atto, portando all’attuale gap tra offerta e domanda di lavoro con svariati milioni di lavoratori mancanti nella filiera produttiva europea.

L’impresa tuttavia non può fermarsi e deve trovare sempre un modo per sopperire alle proprie difficoltà. Anche per questo motivo, la R&S delle grandi aziende ha destinato molti investimenti alla ricerca di automazione dei processi, nella speranza di arginare progressivamente questa crisi del personale.

L’AI ha fatto grandi passi ed è ora impiegata come integrazione o strumento a supporto delle mansioni impiegatizie e delle professioni intellettuali. Viene da chiedersi però quanto tempo impiegherà prima di tagliare drasticamente la necessità di risorse umane per alcune mansioni.

Le recenti notizie sono forse l’inizio di una rivoluzione:

  • Sundar Pichai (CEO di Google) rivela che circa un quarto del nuovo codice dell’ecosistema è generato proprio dall’AI

  • Microsoft arriva al 30% del codice prodotto e annuncia un taglio di 6 mila persone (tra cui molti ingegneri software e persino la direttrice del dip. AI, Gabriela de Queiroz)

Per quanto riguarda la robotizzazione e la meccatronica, lo sviluppo sembra essere più lento, a fronte di maggiori difficoltà tecniche e di integrazione con il mondo fisico ma la storia insegna che il progresso tecnologico è tanto più veloce, quanto maggiore è l’esigenza di risoluzione dei problemi, unitamente alla capacità di investimento in innovazione. Così il rifiuto del lavoro da parte degli inoccupati è un catalizzatore per la ricerca in automazione e, potenzialmente, alla loro stessa sostituzione.

Aziende come Boston Dynamics o Tesla stanno introducendo nel mercato dei robot umanoidi che saranno gradualmente più efficaci. Amazon sta già testando questi robot tra le proprie fila, sotto lo sguardo diffidente dei colleghi umani, sostituendo dapprima le mansioni a basso valore aggiunto.

Nella storia dell’automazione, già dalla rivoluzione industriale le imprese hanno iniziato a utilizzare le macchine per efficientare la produttività industriale (con conseguenti rivolte luddiste) ma fino ad ora l’essere umano ha sempre ricoperto un ruolo centrale in tutti i livelli dell’organizzazione, grazie al proprio lavoro e alle proprie caratteristiche.

Fino ad ora l’industria ha utilizzato come mezzi produttivi due fattori importanti: lavoro e capitale. Ora gradualmente l’industria si sta spostando sempre più sulla disponibilità del fattore capitale, costituendo una barriera all’entrata per i potenziali entranti, ossia la dimensione organizzativa.

In uno scenario in cui la maggior parte dei lavori fossero sostituibili da soluzioni automatizzate, sorgerebbero certamente varie le esternalità negative, tra cui i possibili:

  • Problema del benessere: in una società così composta, pochi cittadini lavorano ricoprendo figure apicali e/o sfruttano rendite da capitale mentre aumenta la disparità economica e la maggior parte della popolazione si trova in condizioni di povertà (le spese rimangono ma viene a mancare il reddito)

  • Problema politico: in uno scenario di disparità, spesso nascono malumori, rivolte civili, disordini

  • Problema socio-psicologico: il lavoro spesso è considerato un mezzo per conseguire una realizzazione personale dell’individuo che con esso occupa il proprio tempo, perseguendo uno scopo (si rimanda agli studi di Maslow); se manca del tutto un impegno quotidiano si rischia la depressione (fenomeno che più volte ha colpito anche chi nello scenario economico opposto è riuscito a raggiungere la capacità di poter vivere di rendita ma non necessariamente il benessere psicologico).

Per scongiurare il problema politico, qualche studioso suggerisce l’introduzione di un nuovo sistema di distribuzione della ricchezza tramite un reddito universale, per sostenere i cittadini inoccupati e finanziata dalle imprese automatizzate (c.d. “robot tax”). Rimane per l’inoccupato il problema del “far notte”, in mancanza di impegni. Per pochi virtuosi forse si può riproporre un concetto di otium romano, il perseguimento di sani hobby e il tempo passato con la famiglia ma non è detto che questo possa funzionare per tutti.

Per ora questo scenario rimane fantascientifico ma probabile. È inoltre verosimile pensare che l’automazione prenda piede maggiormente nei paesi in cui il costo del lavoro è alto, poiché nei paesi a basso costo di manodopera la convenienza dell’investimento in automazione (e conseguente R.O.I.) è minore.

Le imprese avranno certamente una responsabilità sociale in questo cambio di paradigma e sarebbe opportuno uno sforzo imprenditoriale per la ricerca di sistemi di welfare che mirino a proteggere e incentivare il lavoro umano. Sicuramente però sta in primis al sistema politico il compito di regolare il fenomeno, prevenire con lungimiranza il disordine e attuare strategie che portino a uno scenario win-win, affinché il progresso delle imprese sia un progresso di tutta la società. Ai posteri l’ardua sentenza.

L’automazione dunque non va temuta ma va gestita!